di Luca Diliberto
Quella domenica 24 Novembre 1985
Occorre osservare con attenzione le non molte immagini rimaste, come testimonianza storica, del convegno dei giovani di Azione Cattolica svoltosi in Università Cattolica domenica 24 novembre 1985: l’aula magna stracolma di ragazze e ragazzi, provenienti da tutte le parti della diocesi, molti legati ai gruppi locali (parrocchiali o decanali), oppure appartenenti alle parrocchie che con l’Ac camminavano in sintonia; volti sereni e attenti, cuori disponibili a mettersi in ascolto. Quell’evento, in sé rilevante, non era che l’ultima espressione di un itinerario che era partito parecchio tempo prima, ovvero nei difficili anni Settanta del Novecento, quanto l’associazione aveva dovuto fare i conti con uno svuotamento significativo delle proprie file ma, ciò nonostante (o, proprio per questo), non aveva smesso di invitare giovani a una scelta di valore, a prendere in mano la propria fede e la propria appartenenza ecclesiale e a ritrovarsi insieme per raccontare la bellezza di essere credenti nel mondo moderno; erano così nati molti appuntamenti, dai convegni al teatro Lirico alle veglie missionarie a San Siro, dalla Traditio Symboli alle Scuole della Parola in Duomo (con il card. Martini), sino alle settimane di Santa Caterina.
Un po’ alla volta l’associazione giovanile era rinata, sempre investendo su persone significative e itinerari formativi esigenti, che nulla avevano a che fare con le banalità ecclesiali alla moda; dunque, l’incontro cui fu dato il titolo Danzare la vita fu straordinario, ma non strano. Come strano non era stato domandare una mano, per sgrossare quel titolo particolare, a un sacerdote e teologo come don Luigi Serenthà, a quell’epoca divenuto anche rettore del seminario diocesano, perché la collaborazione tra l’associazione e personaggi di questo calibro era allora usuale, grazie alla loro disponibilità, a buone relazioni e, anche in questo caso, ad una storia precedente: don Luigi aveva già messo in campo, in anni passati, la sua competenza e la sua passione in percorsi di catechesi per giovani e in vari convegni, così come era avvenuto per un altro importante sacerdote, Giovanni Moioli.
La figura di Madeleine Delbrel
Di dedicare un incontro a questo “strano” argomento se ne parlò in Consiglio giovani e, inizialmente, l’idea fu accolta con un po’ di perplessità: da dove veniva, e quale obiettivo aveva, l’idea di una vita come danza? Il riferimento era forse a una testimone di cui allora si era in molti appassionati, Madeleine Delbrel, che guardava alla vocazione come a una danza, oppure a una pagina di Sidney Carter, che dava voce al “Signore della danza” o, più in profondità ancora, al rimprovero evangelico fatto ai bambini per strada, che non avevano avuto voglia di danzare, nonostante la bellezza dell’annuncio ricevuto. Va detto, però, che l’obiettivo reale, il contenuto specifico non era veramente emerso in modo chiaro dal confronto, e fu sicuramente grazie all’intuizione di chi allora guidava il settore (Anna Rosa Moro e Giovanni Colombo assieme all’assistente, don Franco Agnesi), se giunse a Serenthà qualcosa di più di una semplice richiesta di partecipazione: perché la musica su cui danzare era già nell’aria, quando lui prese la parola in aula magna.
La vita credente come una danza
Molti, penso, ricordano il silenzio, colmo di stupore, che accolse le sue prime parole: raccontava, non come artificio retorico ma come narrazione di verità, di essersi lui stesso messo a ballare, da solo, accendendo un registratore a cassette; quell’immagine, che si stampò nella mente dei presenti, era decisamente inusuale: un prete che danza, un teologo la cui mani svolazzano, i cui piedi saltellano… Ma il suo contributo si precisò ben al di là di questo buffo inizio: Serenthà giunse a spiegare la vita credente come una vera e propria danza, dapprima incerta, poi sempre più sicura, e consentì a tantissimi di vedere un volto, quello del Signore crocifisso e risorto che invitava anche loro a seguire i suoi passi, di sentire questo appello personalmente.
Una regola di vita per i giovani
Il suo magistero continuò ancora per poco, nel corso di una Scuola della Parola (la prima, senza Martini) nella basilica di S. Ambrogio a Milano, dove risuonò ancora forte il suo desiderio di condividere con una generazione di giovani il “segreto” della pienezza di vita; poi, una malattia terribile lo portò via. Ma il suo insegnamento, le sue parole, la sua forza dolce e potente, quella danza prima incerta poi sempre più sicura, continuò di lì in poi a fruttificare nella ordinarietà dei percorsi associativi: negli anni successivi, altri tre convegni e altri importanti relatori (Forte, Sequeri, Gallivanone) ripresero i “comandi” di quella proposta esigente, fu avviata una collana di libretti per la spiritualità giovanile che si diffusero a macchia d’olio, fu raggiunto il traguardo della scrittura di una regola di vita spirituale per i giovani di Azione Cattolica.
Ma la storia della ricezione di questo straordinario insegnamento non tocca a me scriverla: sono sicuro che tanti, ciascuno con la propria vicenda esistenziale, vorranno completare questo racconto.
Luca Diliberto






