“Ma essa non cadde. La casa comune, responsabilità condivisa”: è il tema del “Discorso alla città e alla diocesi” pronunciato venerdì 5 dicembre, nella basilica di sant’Ambrogio, dall’arcivescovo Mario Delpini, durante la celebrazione dei primi Vespri votivi in onore del patrono Ambrogio.
Mons. Delpini ha preso le mosse da un saggio dello storico Cesare Pasini, nel quale si parla dei tempi di Ambrogio, con “la percezione dell’imminente crollo dell’Impero romano”. “L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune?”, si è chiesto l’arcivescovo. “Per Ambrogio, ciò che caratterizza i cristiani è la fede, la decisione di porre Gesù, Figlio di Dio, come fondamento per una costruzione che non solo sappia resistere alle tempeste ma possa anche trovare nuova vitalità, serenità, speranza. Rinnovo anch’io la mia professione di fede oggi, e condivido con tutti gli uomini e le donne di buona volontà la mia lettura delle minacce e delle ragioni della fiducia”.
Segnali preoccupanti
“Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si potrà riparare. Il rischio è quello di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascerà solo macerie”. Mons. Mario Delpini, ha rilevato cinque “segnali” che più lo impressionano.
Il primo segnale: “Una generazione che non vuole diventare adulta per paura del futuro”. Dopo aver citato l’innalzarsi dell’età e la crisi demografica, Delpini ha detto: “La generazione adulta dovrebbe rendersi conto che con il suo stile di vita e con il tono dei suoi discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli. La mancanza di speranza e di motivazioni genera sfiducia e smarrimento”. Fra le nuove generazioni si diffondono forme di paura, di aggressività, di “sballo”. “Il fenomeno ha proporzioni drammatiche e troppe persone e istituzioni non ne sono adeguatamente consapevoli”.
Un secondo segnale: “Le città che non vogliono cittadini”. “Chi cerca casa in città si vede chiudere la porta in faccia. Non di rado si trova davanti persone (o agenzie) senz’anima e senza scrupoli. […] Sembra che la città non voglia cittadini. Si usano le case per fare soldi, invece che per ospitare persone”.
Il terzo segnale: “Un sistema di welfare in declino e la paura di essere malati”. “Sono in molti a denunciare – secondo Delpini – le crepe preoccupanti del sistema sanitario, dell’organizzazione della sanità, del dovere di assicurare il diritto alla salute. Certamente non si può tacere il merito di persone e istituzioni sanitarie che assicurano prestazioni di eccellenza. […] Ma non si può ignorare che a volte la paura di ammalarsi e la pretesa di guarire esercitano una pressione sul personale sanitario che giunge fino alla violenza”.
Quarto segnale: l’intollerabile situazione delle carceri e “la repressione come unica soluzione”. Dopo aver citato la Costituzione, l’arcivescovo ha segnalato “le insostenibili condizioni di detenzione per il sovraffollamento”.
Mons. Delpini è passato a un ulteriore “segnale: il capitalismo a servizio dell’individualismo e l’indifferenza verso l’altro”. “Nella capitale finanziaria – come viene definita Milano – si riconoscono i peccati capitali della finanza, intesa come l’astuzia di far soldi con i soldi. Il capitalismo malato è a servizio dell’individualismo e ignora la funzione sociale e la responsabilità morale della finanza”. Così la città diventa appetibile per chi ha molto denaro da investire, per chi ha molto denaro da riciclare Il denaro sporco, con il suo fetore di morte, invade la città grazie a persone contagiate dall’indifferenza, dalla paura o dall’avidità e propizia il diffondersi di virus pericolosi per l’economia della gente onesta”.
L’invincibile desiderio di bene
“Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Si fanno avanti coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno. Si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza”. Nel Discorso alla città e alla diocesi mons. Mario Delpini ha poi elencato diverse “figure” tra coloro che non cedono all’indifferenza, impegnati per il bene comune: “Non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti ogni mattina. Non fanno grandi discorsi ma io credo di poterne immaginare l’animo”. Da qui, gli esempi: una coppia di sposi che avvertono “la forza e la bellezza del loro amore”; la giovane donna, sindaco del paese, che si fa avanti “e assume la responsabilità del bene comune, la responsabilità di gestire le risorse per favorire il vivere insieme, per curare i rapporti e il sostegno alle fasce deboli”; poi l’educatore, il prete, l’insegnante, con “la responsabilità di offrire alle giovani generazioni le buone ragioni per diventare adulti fiduciosi e generosi”; la responsabile del carcere, la quale fa sua “la responsabilità di applicare la Costituzione della Repubblica, i regolamenti del carcere nella loro intenzione di recupero e reinserimento”. E poi, ciascuno nel suo ruolo, la commercialista, il notaio, l’avvocato, il carabiniere, il poliziotto, il finanziere, l’imprenditore, il giovane, il cittadino comune… E, ancora, il politico che non intende farsi “complice della rovina della casa” e che si impegna per il bene dei cittadini.
“La casa non cade – ha sottolineato mons. Delpini – perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e per renderla abitabile. Il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare. Io credo che sia proprio opera di Dio quell’invincibile desiderio di bene, quel senso di responsabilità, quella disponibilità ad affrontare anche fatiche e sacrifici che convince molti a farsi avanti, per camminare insieme, per assumere responsabilità. La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri”.
Rivolgendosi ai presenti, l’arcivescovo ha concluso: “La casa non cadrà perché ci siete voi, responsabili delle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, magistrati, imprenditori, medici, educatori, donne e uomini, anziani, adulti e giovani, voi tutti che vi fate avanti ogni giorno e che mettete mano all’impresa di aggiustare il mondo. La casa non cadrà perché ci siete voi, convinti che valga la pena considerare la vita come vocazione a servire piuttosto che come pretesa di essere serviti. […] Ci siete voi, uomini e donne di fede che sapete pregare per non cadere in tentazione. Ci siete voi, uomini e donne di ogni credo e di ogni appartenenza che sapete percorrere con tenacia e perseveranza le vie del bene. Ci siete voi, uomini e donne abitati dalla gioia di essere vivi, di essere insieme, di essere in cammino verso un futuro desiderabile. Ci siete voi. E io vi ringrazio”.
Un richiamo anche per noi di Azione cattolica: l’impegno e la gioia di farci avanti.






