Il suono delle campane che, nei “Promessi sposi”, raggiunge il castello dell’Innominato e interrompe la sua notte di disperazione, è l’immagine simbolo della Proposta pastorale dell’arcivescovo, mons. Mario Delpini, per l’anno 2026-2027, al via, come da tradizione, il prossimo 8 settembre. Il titolo della Proposta – “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?” – è appunto una citazione manzoniana, accompagnata dal sottotitolo esplicativo: “Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana”. Il testo è stato illustrato venerdì 19 giugno dallo stesso arcivescovo durante l’incontro con i decani della diocesi al Centro pastorale di Seveso, ed è online sul portale diocesano. Sarà poi disponibile nelle librerie cattoliche.
UNO STILE RICONOSCIBILE E GIOIOSO
La Chiesa non è chiamata a moltiplicare iniziative o a difendere strutture, ma a testimoniare ed annunciare il Vangelo attraverso uno stile di vita riconoscibile, gioioso, fatto di relazioni autentiche, corresponsabilità, ascolto e servizio: questo il filo conduttore del documento, che, come già avvenuto lo scorso anno, mette al centro il tema della sinodalità come “stile permanente” delle comunità cristiane, con un forte invito alla traduzione pratica delle indicazioni emerse in questi anni nella Chiesa universale e italiana.
UNO STILE SINODALE NELLA QUOTIDIANEITA’
È il momento, afferma in sostanza mons. Delpini, di rendere ordinario uno stile sinodale che coinvolga concretamente parrocchie, comunità pastorali, organismi di partecipazione, sacerdoti, consacrati e laici. “Questo – scrive – è il tempo di applicare con quotidiana disciplina, convinzione e attenzione lo stile sinodale. Lo esige, mi pare, l’urgenza della missione, la priorità del Vangelo, come dice Papa Leone”. Nel presentare la Proposta ai decani, Delpini ha sottolineato che “ci appassiona la missione di offrire al mondo una parola di speranza. Il tema della missione deve essere sempre prioritario: che significa non tanto fare qualcosa in più ma irradiare la gioia del Vangelo, perché chi incontra i cristiani si chieda da dove arriva questa gioia”.

Lo stile sinodale, ha detto l’arcivescovo, “può essere visto come una profezia sociale, come una responsabilità di andare controcorrente rispetto alla mentalità del mondo, per contestare l’autoritarismo. Dentro la comunità cristiana non è che chi ha il potere domina, ma chi ha il potere serve, per essere promotore di un percorso fraterno e condiviso, per sviluppare l’arte del camminare insieme”. Ancora, la Proposta insiste sulla sinodalità come occasione di conversione per i cristiani, di fronte alla frammentazione della vita sociale e all’individualismo crescente, che, secondo mons. Delpini, porta a costruirsi un “Dio secondo me”. Una via attraverso cui la sinodalità può e deve diventare una pratica ordinaria è quella della corresponsabilità, a cui sono chiamati tutti i membri della comunità cristiana. In quest’ottica l’arcivescovo richiama la necessità di liberare i presbiteri da compiti che possono essere assunti da altri membri della comunità, affinché possano dedicarsi pienamente al loro ministero, ad esempio all’accompagnamento vocazionale, dei giovani e non solo.
DALLA PARTECIPAZIONE ALLA CORRESPONSABILITA’
Ampio spazio viene dedicato, nella seconda parte della Proposta, agli organismi di partecipazione chiamati a diventare sempre più luoghi di corresponsabilità. “Si ha infatti l’impressione che molta parte del cammino sinodale e delle attività dei Consigli pastorali e delle Assemblee sinodali decanali siano rimaste nozioni vaghe e astratte che non hanno inciso nella vita delle comunità”. Particolare attenzione è, inoltre, riservata alla formazione. “Gli organismi diocesani devono presentare – vi si legge – proposte di formazione condivisa tra formazione del clero, religiosi e laici su qualche tema specifico (Formazione permanente del clero, vita consacrata, Équipe sinodale, Azione cattolica, associazioni e movimenti).
Il documento si conclude tornando all’immagine iniziale dei Promessi sposi. Il suono delle campane che raggiunge il Castello dell’Innominato diventa per l’arcivescovo una metafora della missione della Chiesa che è “un popolo che si raduna, convocato da una promessa di gioia, di benedizione, di sapienza. La gioia del popolo diventa un suono festoso che raggiunge tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini. Così vorremmo essere: un invito alla gioia di Dio”. “Mi piacerebbe che la comunità cristiana, con tutto il bene che fa e gli impegni che la caratterizzano, sia una presenza festosa dentro la storia e dentro la città o il paese in cui vive, che ci sia una gioia che si diffonde, come il suono delle campane citate dal Manzoni”.
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