Dai pellegrini di Azione cattolica ambrosiana in Terra Santa arriva questa testimonianza.
Abbiamo incontrato il 30 dicembre il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Eravamo carichi di trepidazione, grati per la possibilità di un incontro con un testimone di pace e profeta di speranza.
La prima cosa che ha condiviso nella chiacchierata con noi, un gruppetto di 17 ambrosiani, è stata l’impossibilità a restare neutrali, che non equivale a diventare parziali, richiamandoci semmai la necessità di avere uno sguardo generale rispetto a una situazione davvero complessa.
Il cardinale ha ribadito la ferma intenzione a essere e restare qui, in Terra Santa, per iniziare già ora a ricostruire, non tanto e non solo le strutture, ma prima di tutto il lato umano, a partire dalla ripresa della scuola, magari anche sotto le tende a Gaza.
Pizzaballa ha risposto alle nostre domande, con risposte lucide e pacate, per esempio notando la necessità di formare una nuova generazione di politici, volti nuovi nella politica.
Occorre un intervento esterno per aiutare israeliani e palestinesi a costruire la pace, ma – questo il suo messaggio – non può avvenire questo processo senza di loro, i diretti interessati.
In questo momento tra i due popoli ci sono rancori; quindi, occorre pazienza e bisogna lavorare per mantenere le relazioni, anche se non è semplice. Occorre dialogare con chi ha un pensiero diverso dal proprio… Ed è importante portare avanti questi incontri con esponenti di altre religioni, per capire come gli altri percepiscono il conflitto.
La popolazione, ha raccontato Pizzaballa, “regge”: cioè, si trovano ancora tante persone meravigliose che si mettono in gioco.
D’altro canto, la fede è stata messa alla prova; arrivando a capire che il conflitto non è una parentesi ma “luogo” in cui porre tutte le domande, non luogo dove ottenere tutte le risposte; il conflitto è dunque il contesto dove giocare la propria vocazione di cristiani. Qui la sottolineatura biblica: “Beati i miti perché erediteranno la terra”.
Dal porporato è poi giunta una ulteriore riflessione: come cristiani – ha sostanzialmente detto – abbiamo il dovere di far qualcosa, anche solo parlare, per far conoscere, documentare, incontrare, proporre un linguaggio di pace, una narrativa non violenta, e senza restare inermi! Dobbiamo coltivare uno sguardo davvero “cattolico”, cioè universale, non parziale.
La sfida che ci ha lasciato è quella di continuare a “generare vita per amore”.
C’è un fiore di speranza – è il messaggio che ci ha lasciato il patriarca – e sono le tante persone meravigliose che si mettono in gioco, magari in modo silenzioso, senza fare “chiasso”, per costruire pace e tenere viva l’immagine di Dio in noi! Così l’umanità è salva!
Stefania Grassi






