Papa Francesco e i vescovi italiani hanno invitato alla preghiera e all’accoglienza dei profughi afghani. «Le Chiese in Italia – dice la note della Cei – continueranno l’accoglienza di tutti coloro che chiedono una protezione, ma anche continuando a sollecitare una politica migratoria che esca dalle pieghe ideologiche e si apra alla concretezza della tutela, della promozione e dell’integrazione di ogni migrante». Già nel 2004 Casa della Carità ha accolto persone in fuga dall’Afghanistan. Oggi accoglie 6 nuclei familiari e una donna sola, ospitati in appartamenti e spazi di accoglienza messi a disposizione dalle tre realtà milanesi seguite e affiancate dagli operatori di Casa della Carità: educatori, medici e mediatori culturali. «L’ accoglienza la facciamo – dice don Virginio Colmegna presidente di Casa della Carità – anche ora, per offrire a queste persone un’ospitalità dignitosa e di qualità, non di stampo assistenzialistico, ma che inneschi una relazione di reciprocità e percorsi di autonomia, inclusione e cittadinanza».
D. Non crede che l’accoglienza di questi profughi afghani oggi riveste una particolare situazione e storia?
«Le persone accolte sono arrivate con la loro storia. Questa è evidentemente una accoglienza segnata da un contesto globale, mondiale, diverso. C’è un rapporto di reciprocità e responsabilità. Noi siamo un mondo occidentale che ha segnato pesantemente questa storia. Queste persone sono fuggite, quindi è una scelta anche di carattere culturale, di relazioni, di sentimenti di umanità molto forti. Se vogliamo è una accoglienza di carattere privilegiato perché abbiamo accolto tutti. Una specie di corridoio umanitario. Una scelta fatta come Casa della Carità discutendo all’interno, ritrovando la collaborazione con la Cooperativa Progres e tanti spazi legati al territorio con il quale abbiamo un buon rapporto. Ci sono appartamenti di grande dignità. Ci siamo collegati anche con Casa Amica per un totale di 50 persone che possiamo accogliere».
D. Come è avvenuto l’incontro con le famiglie afghane?
«C’è stato un momento di commozione. Parlavano la nostra lingua, alcuni di loro sono stati anche in Italia. Le loro mogli hanno anche una dignità culturale perché hanno pagato di persona. C’è stata una rottura nella loro storia. Sono state espulse da quella terra a cui vogliono molto bene. C’è anche una riflessione forte perché queste persone accolte possono diventare la classe dirigente di un Paese diverso da quello che c’è attualmente. C’è un lavoro culturale da sviluppare».
D. Non crede ci sia l’urgenza, la necessità, di far conoscere questa storia al quartiere, alla città?
«Stiamo impegnandoci col Decanato, con le parrocchie perché siano accoglienti, uno stimolo a ripensare sui temi dell’accoglienza e assistenza. Certamente le persone accolte hanno bisogno di essere accompagnate. Stiamo pensando di istituire una scuola di italiano. Abbiamo contattato l’università cattolica. Con Paolo Branca e altri studiosi vorremmo intraprendere un cammino culturale. Sul nostro sito stiamo raccogliendo tutte le storie rispettando la privacy delle persone. Vogliamo segnare il territorio di una responsabilità. Ciascuno di noi conta, per me come comunità cristiana. E’ necessario riflettere su questo, non soltanto sul tema dell’ospitalità, che ci deve essere in termine di qualità, ma soprattutto come ripensamento della pace, della giustizia, fortemente legati alle scelte di papa Francesco».
23 settembre ’21
Silvio Mengotto






