Al festival di Sanremo del 2020, la cantante Tecla Insolia ha presentato il suo brano 8 marzo. È proprio nei suoi versi che si racchiude il significato e il cuore della mia tesi di laurea dal titolo Il contributo delle donne della democrazia cristiana alla stesura della Costituzione Italiana.
La rivoluzione del 2 giugno 1946
Nella sua canzone la cantante recita questa frase: “Siamo petali di vita che hanno fatto un giorno la rivoluzione”. Fu proprio una rivoluzione quella che avvenne alle votazioni del 2 giugno del 1946, momento in cui gli italiani, e per la prima volta le italiane, vennero chiamate a votare per scegliere tra monarchia e Repubblica. La partecipazione fu elevata: nessuno aveva previsto che a recarsi alle urne per votare sarebbero state più le donne, esattamente 1 milione e 200 mila in più rispetto agli uomini: volevano adempiere a quello che sapevano essere un loro dovere e, finalmente, anche un diritto.
Andarono a votare e parteciparono alla vita politica senza dover abbandonare il ruolo di madre all’interno della famiglia, grande timore di uomini, mariti, padri.
Le donne elette in Assemblea Costituente
All’Assemblea Costituente furono elette 21 donne (nove della Democrazia cristiana, nove del Partito comunista, due del Partito socialista e una dell’Uomo qualunque) su 556 deputati, meno del 5%, nonostante le candidature femminili furono complessivamente 226.
Delle nove donne elette nelle fila della Dc, tutte avevano un passato nell’Azione cattolica e nella Fuci: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Angela Gotelli, Maria Agamben Federici, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio, Maria De Unterrichter Jervolino. Tra di loro, infatti, si può trovare una presidente della Fuci a livello nazionale ma anche chi lo divenne a livello locale, chi fu delegata regionale dell’Azione cattolica, chi fu consigliera nazionale e successivamente presidente nazionale delle universitarie, la prima presidente del Cif (Centro italiano femminile).
La partecipazione dei cattolici
Grande stupore portò anche la così elevata partecipazione politica dei cattolici: se al giorno d’oggi è dato per scontato che una persona possa far conciliare la vita spirituale con quella politica, fino al 1946 non era così. La Chiesa, per un lungo periodo, aveva tenuto lontani i fedeli dalla politica, ma non si poté ostacolare a lungo l’interessamento dei cattolici per la Res Publica. Nel 1943, prima della fine della Seconda guerra mondiale, infatti, un gruppo di studiosi, amici e conoscitori della materia, si riunirono a Camaldoli dando vita al famoso Codice di Camaldoli: un testo che per gli anni a seguire fu la bussola che orientò sia la scrittura della nostra Costituzione che la proposta di numerose leggi. Tra questi personaggi storici compaiono i nomi di Veronese, La Pira, Paronetto, Dossetti, Taviani, Vanoni, Andreotti, Moro, Fanfani e Saraceno.
L’incoraggiamento della Chiesa alla partecipazione femminile
Tornando alla partecipazione femminile, fu ben vista e incoraggiata dalla Chiesa a partire dalla figura di papa Pio XII che sottolineò che ogni donna aveva lo stretto dovere di coscienza di non rimanere assente e di entrare in azione. E così fecero le donne, anche grazie all’Azione cattolica. Maria Federici (una delle cinque donne eletta alla Commissione dei 75, che aveva il compito di scrivere materialmente gli articoli della Costituzione che poi sarebbero stati esposti e votati all’Assemblea Costituente) affermava che l’associazionismo femminile fosse la prima scuola di educazione politica attraverso la quale la donna maturò la sua coscienza politica. Filomena Delli Castelli, in un’intervista raccontò come la sua spigliatezza, la sua capacità di confrontarsi con comunisti e socialisti riuscendo spesso a zittirli, provenisse proprio dalle tante riunioni fatte nell’Azione cattolica. L’Ac fu proprio la maestra di vita e una scuola che portò le donne dal fascismo alla democrazia.
Le donne al lavoro per la Costituzione
Tutte le donne elette in Costituente, di qualsiasi partito, avevano ben in mente che quello che stavano vivendo non era un sogno ma il risultato di anni di sacrifici e di battaglie: non dimentichiamo il movimento delle suffragette, la partecipazione delle donne alla Resistenza e il loro impegno sociale negli anni del regime.
L’8 marzo 1947, non a caso, Elisabetta Conci, pronunciò questo discorso: “La valorizzazione della donna si sta lentamente compiendo nella società moderna. Noi però sappiamo che al giusto riconoscimento dei diritti della donna corrisponde in essa un più profondo senso del dovere. Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che il primo compito nostro, il più sacro e il più alto, è la famiglia. Ma noi sentiamo oggi che una più vasta famiglia richiede il nostro sacrificio e la nostra dedizione: che tutto il popolo nostro è la nostra famiglia. Con questi sentimenti noi donne ci proponiamo di lavorare alla ricostruzione sociale e politica del nostro Paese ed al consolidamento della pace universale”.
Le difficoltà incontrate
Anche se le donne poterono intervenire per la prima volta in un’assemblea politica non bisogna dare per scontato che per loro fu facile integrarsi in un ambiente considerato da millenni maschile. Diversi furono gli interventi in cui le donne dovettero difendere la loro posizione e le loro ambizioni. Maria Federici, in un suo intervento, sottolineò che non tutte le donne sono uguali ma anzi le donne tendono sempre a differenziarsi fra loro anche solo per un dettaglio di un ornamento; se qualche uomo che siede in Assemblea ha la propria moglie che in casa fa la calza, “non ritengo questo un argomento valido per invogliare una donna che chiede una toga ad accettare anziché una toga una calza”.
La Federici concluse il suo intervento affermando: “Se una donna ha ricevuto dalla Provvidenza talenti speciali, che la Provvidenza è ben libera di seppellire in un cervello femminile, quale diritto avete voi per impedire che questa donna possa sfruttare i talenti che ha ricevuto e che è suo dovere mettere a profitto? La severità della carriera farà cadere le incapaci, non temete. Ma salutate fin d’ora, onorevoli Costituenti, quella donna che, anche per vostro merito, salirà per prima ad amministrare la giustizia, con coscienza virile, illuminata, sorretta e riscaldata da un cuore femminile”.
Le difficoltà e i pregiudizi non furono riscontrati solo all’interno delle aule e nelle discussioni per le approvazioni degli articoli della Costituzione, ma anche all’esterno e ciò non impedì alle donne di difendersi da qualsiasi commento fuori luogo, dall’ironia e dai paternalismi. Monsignor Barbieri, vestito in abito talare, presente alla buvette, rivolgendosi alla comunista Teresa Mattei e facendole un commento sulla bella e giovane presenza femminile, disse: “Come ci fa piacere finalmente avere le gonnelle fra noi. Venga che le offro io il caffè”. La Mattei, venticinquenne, rispose semplicemente: “Le uniche gonnelle ammesse qui dentro sono le mie, non le sue” e, ovviamente, prese il caffè da sola.
Chiara Lunardo







