Nella ricorrenza annuale della festa di Sant’Ambrogio, l’Arcivescovo Mario Delpini ha proposto come solitamente accade una riflessione articolata dell’impatto che la fiducia o la sua mancanza determina a livello personale, sociale, economico, istituzionale e, perfino, religioso.
Essere in grado di dare fiducia è considerata dall’Arcivescovo come una capacità personale che va educata e nutrita anche perché la fiducia sta alla base di ogni forma di relazione o legame sociale e quindi della nostra comune convivenza civile e religiosa. Certo la fiducia negli altri può cadere nelle trappole tese dall’incapacità umana di distinguere tra persone oneste e disoneste, tra competenti e incompetenti, tra responsabili e irresponsabili. E questa lista potrebbe continuare a lungo perché l’aspetto contraddittorio della fiducia è che non offre nessuna garanzia di reciprocità. È quindi possibile che gli altri, magari più sospettosi rispetto a noi, non siano in grado di restituirci la fiducia che ci aspetteremmo. La fiducia si nutre quindi anche delle nostre aspettative che possono essere fondate o infondate, condizionate o indipendenti da qualsiasi altro fattore. Infine, la fiducia, come ogni caratteristica personale, genera comportamenti e atteggiamenti che oscillano tra i due poli estremi (di mancanza o estrema fiducia) che sono funzione del contesto e delle opportunità.
È poi esperienza comune che la fiducia nelle singole persone differisce dalla fiducia che il cittadino ripone nei servizi pubblici (dall’asilo, alle scuole fino alla sanità), nelle istituzioni democratiche, nelle organizzazioni di ogni genere (profit e non profit) e nella Chiesa stessa. In questi ambiti si manifesta in maniera evidente una diffusa sfiducia dei cittadini sugli organismi citati. Una parte delle responsabilità di questa situazione sono attribuite dall’Arcivescovo ai mezzi di comunicazione e ai socia media che, giocando sui meccanismi cerebrali collegati alla paura e alle motivazioni, influenzano negativamente la capacità critica dei cittadini e i loro diritti ad essere informati più che manipolati.
La fiducia dei lavoratori
Anche il lavoratore alla ricerca di occupazione è attratto principalmente da quei brand che ispirano maggiore fiducia, e tra questi quelli che possono garantire una serie di benefici contrattuali, di sviluppo e carriera. Questo anche a discapito di specifici benefici salariali. Cioè, si verifica che i lavoratori, specialmente i più giovani, tendono a sacrificare parte del salario che potrebbe essere pagato da un’azienda non nota per poter lavorare invece in imprese di maggior prestigio. Tutto questo nelle situazioni dove è possibile scegliere l’occupazione. Solo il tempo dirà se la fiducia riposta da un lavoratore in un’impresa nota avrà esiti positivi.
Più in generale, la fiducia dei lavoratori nei confronti delle imprese potrebbe, teoricamente, essere ulteriormente rafforzata dalla presenza di contratti lavorativi solidi, trasparenti e orientati al benessere del dipendente. Stando però al CNEL, i contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) vigenti nel nostro Paese nel 2023 erano1033. Questa enormità di contratti che favorisce il ricorso sempre più frequente da parte degli imprenditori a subappalti e a formule contrattuali atipiche al fine di mitigare il costo del lavoro e penalizzare i lavoratori che infatti, rimanendo all’appello alla fiducia di Delpini, hanno salari al limite della sopravvivenza.
È lecito allora chiedersi se il lavoratore ridotto allo stato di povertà, pur avendo un’occupazione, possa ancora nutrire fiducia in un sistema che privilegia logiche di risparmio a scapito dei diritti fondamentali di larghe fasce di occupati in settori che, fra le altre cose, non offrono specifiche opportunità di crescita. E probabilmente, come spesso segnalato dai rapporti Caritas, i lavoratori poco professionalizzati, che spesso si devono accontentare di salari bassi, corrono il rischio di rimanere in questo stato di difficoltà per il resto della loro vita lavorativa. Precarietà e lavoretti non generano certamente fiducia nei cittadini che vivono ai margini della società e che lottano per non retrocedere ulteriormente.
Spostando l’attenzione dalle norme dei CCNL ai contenuti del lavoro, è poi possibile individuare altri ambiti di vulnerabilità della fiducia dei lavoratori verso il lavoro nelle imprese che potrebbero comprendere: il lavoro flessibile tradito da norme mal gestite, le promesse salariali non mantenute, i benefit e miglioramenti di carriera mai concessi, l’incertezza sui pagamenti e sui versamenti contributivi, lo scarso senso di responsabilità sociale e incertezza di diverse imprese nell’applicare le norme sulla sicurezza e sostenibilità, la scarsa valorizzazione dei talenti, un clima lavorativo tossico e stressante che pone spesso i lavoratori nelle condizioni di difficoltà psicologiche.
L’elenco delle situazioni lavorative che minano l’auspicabile rapporto di fiducia tra imprese e lavorativi potrebbe continuare. Certo è corretto, come indicato da Delpini, denunciare e far sentire la propria voce di cittadini negli ambiti appena citati. Ma l’impressione è che la fiducia, collante fondamentale delle relazioni lavorative, motore di crescita civile ed economica del nostro paese, abbia bisogno di un impegno collettivo concreto, di un clima nuovo, positivo, animato da ideali, capace di promuovere ambienti di lavoro più equi e rispettosi, a partire dalla trasparenza dei contratti di lavoro fino ai diritti delle persone a lavorare in condizioni di maggiore tranquillità salariale e benessere.
Demetrio Macheda, Commissione lavoro dell’AC ambrosiana







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