Don Luigi Serenthà: un «contagioso danzatore della “tarantella di Dio” nella storia degli uomini». Così veniva descritto l’allora rettore dei seminari diocesani dai responsabili del Settore Giovani di AC: Anna Rosa Moro, Giovanni Colombo e l’assistente don Franco Agnesi. Don Serenthà aveva proposto il 24 novembre 1985 (esattamente 40 anni fa) una splendida relazione – Danzare la vita – che avrebbe guidato negli anni successivi il cammino spirituale e formativo dei giovani dell’associazione. «Ci piacerebbe fare e proporre l’Azione Cattolica come una ventata di gioia, di amore, di festa che guarisca dalla pigrizia e dalla paura per coinvolgerci nella danza della vita»; «così desidereremmo accogliere e vivere il Vangelo, facendo sorridere la verità di Cristo». Parole scritte, con slancio, passione e impegno generoso, nella presentazione del volumetto che, poche settimane dopo, riportava l’intervento di don Luigi.
A partire da quella relazione, diventata vita vissuta per moltissimi giovani, si è svolto il convegno Per un cristianesimo della gioia. 40 anni dopo Danzare la vita, svoltosi il 15 novembre alla Fondazione Ambrosianeum. Un momento partecipatissimo, carico di pathos, ricco di incontri gioiosi, accompagnato dagli interventi di tre relatori e da un serrato dialogo fra i presenti. L’occasione, come è stato detto, per fare tesoro di un’eredità e di un vissuto che si riscoprono di estrema attualità, di grande fecondità pur in un contesto sociale, culturale ed ecclesiale assolutamente diverso da allora.
Una ricerca al passo coi tempi.
In questo tempo, che ha preso la rincorsa e che “spiazza”, riecco affacciarsi la necessità di una proposta di fede, di una Chiesa, e dunque di un’AC, che cercano un nuovo ritmo per danzare la vita. Il messaggio di Serenthà si mostrava toccante, profondo e dunque “efficace” anche perché nasceva e si collocava in una storia coinvolgente, nel cuore della Chiesa ambrosiana di ispirazione martiniana. Don Luigi si rivolgeva ai giovani a partire dalla Parola, sollecitando l’esistenza quotidiana, con la potenzialità – gentile ma esigente – di plasmare la vita. C’era, al fondo, una insistenza vocazionale, a mettersi in gioco, nella triplice dimensione di custodire il fratello, custodire il mistero, custodire la croce. Con «un amore che non può contenersi», come ha ben commentato don Claudio Stercal, uno degli amici che ha aiutato la riflessione durante il recente convegno.
Traspariva nell’esortazione di Serenthà, e rimane freschissimo ed esigente per noi, un invito alla ricerca di una fede e di una testimonianza cristiana al passo coi tempi: e noi vogliamo e dobbiamo essere nuovamente in ricerca! Per esperienza personale posso affermare che in AC s’intravvede il desiderio di rinnovarsi, di ritrovarsi, di stare insieme, aprendo le porte a nuovi amici, sapendo che la fede è un dono da mettere in comune. Non manca la consapevolezza di aver dato tanto alla Chiesa ambrosiana (pur senza, talvolta, adeguato riconoscimento). Ma soprattutto, mi pare traspaia l’aspirazione a vivere e gioire la fede nell’oggi.
Qualche ulteriore consapevolezza.
Stiamo provando a incanalare questi sentimenti e questi vissuti – non sempre così evidenti, non sempre coerenti… – con la “formula” dei tre verbi che ci stanno accompagnando in questi anni: pregare, pensare, appassionarsi. Nei nuovi scenari comprendiamo che vi è la necessità di sostenere un pensiero, di favorire progetti, di proporre un agire che conduca, nuovamente, a sciogliere le mani, muovere i piedi e seguire la musica.
Come AC vorremmo provare a far tesoro del Danzare la vita, accogliendone lo spirito e provando a rilanciarlo con alcune consapevolezze.
Anzitutto, c’è forse bisogno di indicare – accanto alla croce con la quale Gesù ci ha mostrato il suo infinito amore – il sepolcro vuoto. Noi crediamo in un Dio incarnato, vissuto, morto e risorto per noi. Anche simbolicamente va riscoperta la pietra rotolata via dalla tomba. Occorre mettere al centro la risurrezione e il Risorto: è lui, il Signore risorto, il vero nome della Speranza. È Gesù stesso che vuole danzare la vita con noi, che vuole accompagnarci nell’avventura terrena, piena di gioia ma anche carica di incertezze e di prove, come lui stesso ha promesso: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È la grande verità che dà alla Speranza il senso del compimento.
In questa direzione – e rileggendo le parole di don Luigi – sembra necessario ripensare la spiritualità laicale: quale proposta abbiamo, come comunità cristiana, per chi vive nel “secolo”, per chi, ogni giorno, cerca uno spazio di incontro con Gesù nelle trame di una fitta esistenza segnata da affetti, famiglia, lavoro, scuola, impegni i più diversi, sport, cultura, comunicazione, politica…? Come trovare tempo, silenzio e parole per stare a tu per tu con il Signore? Anche qui è chiamata in causa una ricerca, che sappia fra l’altro considerare le diverse età della vita, le condizioni personali e sociali, le provenienze, i sogni e le aspirazioni di ciascuno.
Per una fede credibile e liberante.
Dentro questa quotidianità potremmo collocare altri orizzonti di ricerca e di senso per una proposta cristiana credibile, affascinate, impegnativa ma liberante. In un tempo di chiusure, di muri, di individualismi e di insicurezze talvolta alimentate ad arte, si comprende l’urgenza di ritessere i rapporti con le sorelle e i fratelli che incontriamo ogni giorno, lasciando da parte i pregiudizi e facendo nostre l’accoglienza e la vera fraternità.
In questa direzione va ritrovata la sincera dedizione a ricostruire il senso di comunità, nella certezza che il camminare e il danzare insieme presentano un immenso valore aggiunto.
Nell’era del digitale e dei social, con il rischio di un’eclissi della lettura, dell’informazione e della formazione, del confronto, non può mancare il richiamo a coltivare e trasmettere le virtù del pensare e del dialogare. Con qualche punto esclamativo in meno, e qualche interrogativo in più.
Non ultimo: riprendere, nella sua bellezza, il senso della responsabilità, che sia cura degli altri, della comunità stessa, della Chiesa e della polis, esprimendo visivamente e concretamente il farsi carico del bene comune.
AC: Chiesa, fede, società.
Prese sul serio, queste annotazioni reclamano un coinvolgimento concreto e un cambio di marcia anche per l’Azione Cattolica. La riflessione, tuttora in corso, sull’“essere e fare AC nel tempo nuovo” pretende, per diversi aspetti, maggiore vivacità, preparazione e, laddove occorre, saper andare controcorrente. Serve una formazione esigente, che sappia educare alla libertà e alla responsabilità. Nella vita ecclesiale va sollecitata una seria riflessione sui tratti caratterizzanti la comunità cristiana, che sia specchio del vangelo, accogliente e missionaria (al centro della “sinodalità” dovrebbero collocarsi puntuali revisioni su carità, liturgia, attenzione ai più piccoli, ruolo della donna, corresponsabilità laicale…). E nello “spazio pubblico” cosa abbiamo da dire come AC (e come Chiesa)? Dinanzi a una democrazia resa fragile da sovranismi e derive populiste, a diritti fondamentali negati, alla vita e alla pace minacciate da più parti, alle difficoltà che segnano tante famiglie – e sono solo pochi esempi – una fede presa sul serio non può certo tacere. Deve semmai illuminare e orientare una presenza cristiana che, alla luce del Concilio e della Costituzione, sappia essere fermento vivo e testimonianza partecipe per una società più giusta, solidale, aperta.
Sciogli le mani, muovi i piedi, segui la musica. L’intervento di don Luigi Serenthà si compiva con un invito: «Giovani, fate vedere che sapete danzare la vita». È un messaggio che tocca ognuno di noi: richiede una risposta personale e comunitaria; sprona la Chiesa milanese; scuote – e non potrebbe che essere così – l’AC Ambrosiana.
La danza prosegue. Siamo tutti invitati a sciogliere le mani, muovere i piedi e seguire la musica, e a farlo insieme.






