Siate liberi! è il titolo del nuovo libro di Giacomo Perego sulla vicenda umana e resistenziale di don Giovanni Barbareschi, edito da Ancora.
La vicenda umana e soprattutto resistenziale di don Giovanni Barbareschi (11 febbraio 1922 – 4 ottobre 2018) viene raccontata per la prima volta in modo approfondito e documentato da Giacomo Perego nel suo nuovo libro Siate liberi! Vita e resistenza di don Giovanni Barbareschi (Edit. Ancora). Quest’opera getta finalmente luce su uno dei personaggi più importanti e allo stesso tempo dimenticati della Resistenza milanese e non solo, offrendo una visione completa di un uomo che ha giocato un ruolo cruciale in un periodo drammatico della storia italiana. Se c’erano preti che benedicevano i gagliardetti, c’erano anche preti che sfidavano il regime nel salvare perseguitati, ebrei, partigiani, sbandati, come il gruppo clandestino delle Aquile Randagie dell’OSCAR (Organizzazione Soccorso Cattolico Antifascisti Ricercati), di cui don Giovanni Barbareschi ne faceva parte. L’OSCAR riuscì a salvare in Svizzera oltre 2000 persone.
“Eravamo innamorati della libertà – dice don Giovanni Barbareschi -, il volto attraverso il quale Dio aveva parlato a ciascuno di noi. Eravamo convinti che quando un uomo o un gruppo o un popolo intero cerca la sua libertà politica, psicologica, personale, religiosa… che lo sappia o no, quella persona, quel popolo cerca Dio […] Per questo ci siamo opposti a una mentalità, a un costume che ci aveva reso schiavi. Per questo ci siamo ribellati”
“Per don Giovanni – dice Giacomo Perego – la libertà è tutto! La premessa alla sua fede, al suo essere uomo. La condizione in qualche modo irraggiungibile. Una necessità che affrontava quotidianamente, che non si può possedere. Nel termine più nobile la si conquista. Nel parlare quotidiano don Giovanni aveva un modo particolare di pronunciare la parola “libertà”. L’espressione era densa di significati che sembravano uscire dal profondo del proprio cuore. La parola “libertà” sembrava quasi sospirata. Mi ha sempre affascinato moltissimo. Lasciava intendere che non era una parola come tante, o come oggi viene abusata in modo superficiale. Per don Giovanni la parola “libertà” custodisce un mondo. Nel giornale clandestino il Ribelle il motto era “Non esiste il liberatore, ma uomini che si liberano”.
La vita di don Giovanni Barbareschi può attrarre i giovani di oggi?
“Don Giovanni entrò nella Resistenza che aveva 22 anni. Spesso diceva che tutto quello che era riuscito a fare era grazie all’energia, alla determinazione, alla certezza che la vittoria sarebbe stata dalla loro parte. Era convinto che un giovane di quella età non si può fermare. La stessa sua esperienza in carcere, dove venne interrogato e torturato, dice che un giovane, anche sotto tortura non lo puoi fermare. In particolari contesti don Giovanni riusciva anche a scherzare, come la famosa frase aggiunta che il gruppo OSCAR scrisse sulla parete di una stazione di Milano Lecco. Una mattina gli operai, prima di salire sul treno, sotto la scritta “Nessuno può piegare la volontà fascista, ma solo Dio” lessero: “Allora speriamo in lui”. Leggendo quella frase aggiunta, tutti gli operai si misero a ridere”:
Non crede che il contribuito di don Giovanni Barbareschi sia stato significativo per il ruolo svolto dai cattolici nella lotta di Liberazione?
“La Resistenza è un’esperienza particolare. Si tratta di una rivoluzione popolare che ha coinvolto l’intero Paese, tutte le classi sociali, tutte le età, tutti i settori del Paese, quindi anche i cattolici che hanno avuto un ruolo importante. Anche se, bisogna puntualizzarlo, in questo mondo c’erano persone che stavano dall’altra parte. Nella Resistenza c’erano anche formazioni, divisioni, partigiane prevalentemente cattoliche (si pensi alle Fiamme Verdi), ma sul territorio i cattolici collaborarono con tutte le formazioni: anticlericali, comunisti, socialisti, monarchici, autonomi. Anche in queste formazioni c’erano persone che provenivano dal mondo cattolico e profondamente credenti. I cappellani militari nelle formazioni “Garibaldi” sono attestati ovunque. C’è un caso particolare. Si tratta del conte Luchino Dal Verme (casata storica lombarda, monarchico, ufficiale di carriera, cattolico) comandante militare dell’oltre Po’ pavese. Venne chiamato dai comunisti a comandare una divisione comunista con un commissario politico del Partito comunista. Tra loro non ci sono stati mai screzi particolari. Questo fatto di unità sul campo era molto forte. Ovviamente c’erano situazioni opposte dove le divisioni erano più marcate, soprattutto su alcuni fronti caldi. Penso a quella orientale, al confine iugoslavo, dove le tensioni erano molto accese per la visione politica e per il futuro del dopo guerra. In generale si può dire che tra le formazioni cattoliche c’era un altro spirito morale, valoriale, che andava oltre la visione politica della lotta partigiana”
Don Giovanni salvò anche ebrei. Perché non venne riconosciuto come “Giusto tra le nazioni”?
“Negli anni ’50 ha ricevuto quello che per lui è l’attestato, il riconoscimento, più importante della sua vita. Non era un premio, ma un gesto di gratitudine. Si tratta dell’attestato della Comunità ebraica milanese che lo ringraziava per ciò che aveva fatto. Dopo cinque anni un gruppo di amici di don Giovanni provò a chiedere un riconoscimento tra i giusti di Israele, ma non gli venne concesso. Probabilmente perché tra le persone che salvò, dopo la Liberazione, ci furono alcuni gerarchi SS, tra questi Eugen Dollmann e Karl Wolf. Con queste persone, facendo il corriere diplomatico tra Svizzera e l’Arcivescovado di Milano, nel giorno dell’insurrezione ebbe dei contatti”
Silvio Mengotto






