La distinzione tra lavoro oggettivo e lavoro soggettivo
Un aspetto che colpisce, rileggendo oggi l’enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II del 1981, è la distinzione introdotta da Papa Wojtyła tra “lavoro oggettivo” e “lavoro soggettivo”. È una distinzione che, per molti aspetti – come vedremo – rappresenta il passaggio più attuale dell’intero documento, che nel suo complesso va invece ricondotto al contesto storico degli anni Ottanta del Novecento, quando il conflitto politico e quello tra capitale e lavoro erano ancora elementi strutturali del dibattito pubblico. Basti pensare, ad esempio, al ruolo attribuito dall’enciclica al sindacato (par. n. 20), considerato il principale strumento di tutela dei lavoratori, soggetto collettivo rappresentativo – ma non politico! – e attore centrale del conflitto lavoro–capitale. Oggi, al contrario, il conflitto tra datore di lavoro e lavoratore è spesso individualizzato, il lavoro è frammentato e una parte crescente dei lavoratori non si sente per nulla rappresentata dai sindacati tradizionali.
Il lavoro come bene dell’uomo, della sua umanità
L’enciclica afferma che “il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità – perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza sé stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, diventa più uomo” (par. 9, Lavoro: dignità della persona). E aggiunge che, “supponendo che vari lavori compiuti dagli uomini possano avere un maggiore o minore valore oggettivo, cerchiamo tuttavia di porre in evidenza che ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell’uomo che lo compie” (par. 6). In questi passaggi emerge con chiarezza l’idea di una gerarchia tra la dimensione tecnica del lavoro e quella umana, personale, soggettiva.
Una separazione crescente tra identità personale e lavoro
Come anche la nostra Commissione Lavoro dell’AC ambrosiana ha cercato di mostrare attraverso ricerche condotte negli ultimi anni tra i propri soci e tra gli iscritti al sindacato e alle ACLI, oggi si assiste alla separazione crescente tra identità personale e lavoro. A partire dai provvedimenti adottati durante la pandemia, che hanno favorito la diffusione del lavoro agile e dello smart working, i lavoratori attribuiscono un’importanza sempre maggiore alla conciliazione tra vita e lavoro e, più in generale, alla cura di sé. In questo quadro, segnato dall’individualismo digitale, tali istanze assumono talvolta anche forme narcisistiche non prive di criticità. È proprio all’interno di questa trasformazione che la distinzione tra “lavoro oggettivo” – inteso come processo tecnico, mezzo di produzione e insieme di compiti valutabili attraverso output misurabili – e “lavoro soggettivo” acquista nuova rilevanza. Quest’ultimo non va inteso come un generico insieme di competenze attribuite a un lavoratore come definito in astratto dall’enciclica, ma come l’insieme dei compiti e delle responsabilità che il singolo individuo percepisce come coerenti con la propria personalità, le proprie motivazioni, attitudini e diversità cognitive. In questo senso, oggi non si può ignorare il fatto che i lavoratori, pur continuando a svolgere il proprio dovere, non sono più disposti a sacrificare la salute mentale, la vita privata o il benessere personale e familiare in nome della carriera o di un riconoscimento che resta spesso condizionato a un impegno lavorativo totalizzante.
Conclusione
L’enciclica Laborem Exercens ha consolidato, con grande chiarezza, alcuni principi fondamentali che abbiamo richiamato: la dignità del lavoratore, la priorità del soggetto che lavora rispetto ai mezzi e ai risultati della produzione e la critica alla riduzione puramente tecnica ed economicistica del lavoro. Essa conserva una sorprendente attualità nella distinzione operata tra lavoro oggettivo e lavoro soggettivo, che consente di leggere criticamente le dinamiche odierne del lavoro frammentato, digitalizzato e sempre più individualizzato. In questa prospettiva, l’enciclica non offre soluzioni operative, ma pone una domanda ancora aperta e decisiva: come preservare il senso, la dignità e il benessere della persona in un’organizzazione del lavoro che tende a misurare quasi esclusivamente output, performance e disponibilità totale?
Demetrio Macheda. Commissione Lavoro – AC ambrosiana Milano






