Con sabato 03 gennaio 2026, abbiamo concluso la nostra permanenza presso le Suore Comboniane di Betania a Gerusalemme.
Fin dall’arrivo abbiamo toccato con mano la loro accoglienza: serena, calda, solare. La loro disponibilità e il loro sorriso sono stati una costante ed è doveroso rendergliene merito. Prima di lasciarle Lulù, una giovane suora messicana, ci mostra la loro casa. Saliamo sulla terrazza e lì abbiamo modo di vedere e renderci conto del panorama che ci circonda.
L’accoglienza di fronte al “muro”
La giornata è splendida, con un bel sole e un cielo azzurro, ma ci si stringe il cuore nel vedere le case e in particolare la loro, circondate e delimitate dal tristemente famoso “muro” con il filo spinato.
Nel giardino vediamo una tomba Abramitica e una tomba del I° secolo e questo ci porta a ricordare la tomba di Lazzaro poco distante da lì.

Al piano inferiore dello stabile c’è la loro scuola dell’infanzia. Amal, la suora egiziana, ci mostra le aule, i laboratori, le foto dei bambini, il cortile della scuola delimitato dal “muro” abbellito e ingentilito dai disegni e ci spiega l’organizzazione della scuola, i programmi e i progetti sottolineando la delicatezza e l’attenzione che devono avere verso i bambini che la frequentano, tutti palestinesi che abitano in quel quartiere.
Lasciata la casa delle suore comboniane Lulù ci porta in un villaggio di beduini poco lontano da Gerusalemme.
Grazie a lei abbiamo l’opportunità di incontrare un gruppo di donne, che lei visita regolarmente, con le quali le suore comboniane da anni hanno progetti di supporto educativo e di formazione.
Otto donne con alcuni bambini ci accolgono con semplicità, gentilezza e grande disponibilità, ci fanno accomodare mentre loro rimangono tutte in piedi.
Resto stupita dal loro desiderio di conoscerci uno per uno, dal loro voler sapere i nostri nomi, dove abitiamo, chi siamo e cosa facciamo nella vita; solo al termine della nostra presentazione si presentano anche loro e ci parlano della loro vita e dei loro sogni.
Domande e risposte nate spontaneamente dalla curiosità di una conoscenza reciproca e di una sete di sapere e, per noi, di capire com’è la loro quotidianità in un’esistenza che ci appare così diversa e difficile.
Emerge così che il loro desiderio più grande è continuare a vivere in sicurezza e in libertà, nella loro terra, nella speranza di un futuro migliore per i propri figli.
Lasciate queste donne andiamo in un altro villaggio poco distante dove incontriamo i responsabili che ci parlano di come era la vita, il contesto e la situazione prima e di quella che stanno vivendo ora.
Un incontro di scambio e conoscenza
Lì mangiamo e chiacchieriamo in serenità e semplicità, finché l’attenzione si sposta su delle persone, dei coloni, che a poca distanza dalle abitazioni hanno piantato una bandiera israeliana per marcare il territorio. In diretta vediamo la preoccupazione scendere sui volti di tutti, comprendiamo così la nostra piccolezza e impotenza di fronte a concetti universali e di vitale importanza come la proprietà e l’uso della terra, l’ingiustizia e la libertà di vivere a casa propria.
Il tempo scorre veloce e ci costringe a concludere la visita, pur con dispiacere.
Gli incontri fatti, le persone incontrate, l’accoglienza ricevuta, i luoghi visitati sono un tesoro inestimabile che mi fanno dire: Lulù, Lorena, Amal, Giovanna, Mariolina e … grazie di cuore per quanto fate!






