Di santi vescovi ce ne sono molti, nelle immagini artistiche, e a volte non è facile distinguerli, visto che le insegne episcopali sono assai simili e spesso sono ritratti con quella barba bianca che richiama alla saggezza e all’esperienza del pastore. Sappiamo però che Ambrogio è immediatamente riconoscibile per un attributo inconfondibile: il flagello, o scudiscio, che egli agita minaccioso contro i nemici della fede e per difendere da qualsiasi attacco quel popolo che gli fu affidato. Ma il patrono di Milano ha anche un altro simbolo, ancora più “insolito”: un favo di miele. Un elemento iconografico certo poco diffuso nelle rappresentazioni in terra ambrosiana, e più in generale in Italia, ma che appare invece il più comune oltre le Alpi e nel nord Europa.
Nel medioevo, del resto, secondo l’interpretazione etimologica e allegorica del tempo, si sottolineava come il nome stesso di Ambrogio derivasse dalla parola latina ambrosia, ovvero “cibo degli angeli”. E infatti, come spiega Iacopo da Varazze nella sua Legenda Aurea, il santo vescovo fu «celeste favo di miele per la dolce esposizione della Scrittura, cibo angelico perché con gli angeli gioì della gloria».
L’analogia fra “miele” e “parola”, del resto, è meno strana di quanto potrebbe sembrare di primo acchito. Di un oratore che ha incantato il pubblico, così come di uno scrittore che ha deliziato i lettori, ancor oggi si dice che la sua parola sembra dolce come il miele… Una “dolcezza” che non è zuccherosa, ma davvero gustosa, corroborante, perfino, e che rimane a lungo ad accarezzare il palato (ovvero, nella metafora, ad allietare l’udito, lo sguardo e, quindi, la mente). Tutte caratteristiche che, nel nostro caso, si adattano perfettamente a sant’Ambrogio, i cui discorsi, scritti e parlati, hanno nutrito, dolcemente ma con sostanza, le menti di tante generazioni di cristiani.
Il vescovo di Milano, peraltro, aveva una grande ammirazione per le api, umili e industriose. Nel suo celebre Esamerone, il commento ai sei giorni della Creazione, Ambrogio dedica infatti ampio spazio proprio alla vita di questi insetti, che costituiscono una società perfetta, dove tutti fanno a gara per compiere le diverse mansioni, senza invidie né prevaricazioni: una comunità in cui il vescovo sembra adombrare, se non il modello della Chiesa stessa, sicuramente quello della vita monastica, di quanti, cioè, si consacrano interamente al Signore. Per tutto questo, sant’Ambrogio è considerato patrono anche degli apicultori.
Con le api, del resto, il nostro ha avuto a che fare fin da bambino… È il suo segretario e biografo Paolino a raccontarlo. Ambrogio ha pochi mesi di vita, forse un anno soltanto. Dorme placido nella sua culla, all’ombra nel cortile del pretorio, a Treviri. Quand’ecco che all’improvviso uno sciame di api gli copre il volto, entrando ed uscendo dalla sua piccola bocca come in un favo. La balia è spaventata e cerca di scacciare quegli insetti, temendo che possano far del male al bambino. Ma il padre la ferma: intuisce che questo non è un fatto normale, ma un segno prodigioso, al punto che esclama: «Se questo bambino vivrà, diventerà qualcosa di grande!».
In effetti il “miracolo delle api” rientra in un diffuso topos teso a prefigurare, fin dai primi giorni di vita, la futura grandezza di un determinato personaggio, soprattutto se destinato a distinguersi per la sua eloquenza. Eventi simili, infatti, si narrano, in antico, per filosofi, poeti e scrittori come Platone, Pindaro, Lucano, Virgilio, mentre nella tradizione cristiana sono ripresi, dopo Ambrogio, per santi come Isidoro di Siviglia (la cui erudizione enciclopedica era proverbiale), Domenico di Guzman, Rita da Cascia e diversi altri ancora.
Paolino stesso, concludendo il suo racconto, offre una precisa chiave interpretativa di quel fatto prodigioso: «In effetti già da allora il Signore agiva nell’infanzia del suo servo affinché si adempisse ciò che dice la Scrittura: “I favi di miele sono i buoni discorsi”. Infatti quello sciame d’api produceva per noi i favi di miele, simbolo della dolcezza dei suoi scritti, che avrebbero annunziato i doni celesti e avrebbero elevato le menti umane dalle realtà terrene a quelle del cielo».

E davvero, se si osserva il bel dipinto che Paolo Camillo Landriani detto il Duchino, sul finire del Cinquecento, dipinge con tocco fiabesco e teatrale per illustrare questo episodio, il bambino prescelto dalla sapienza divina, così fasciato nella sua culla, appare come un “favo”, mentre guarda, con i suoi occhioni aperti, l’ascesa delle api che hanno sfiorato le sue labbra. Ambrogio «celeste favo di miele», appunto.
Luca Frigerio






