L’elefante non ha superato l’esame: rimandato ad ottobre. Riprendo la metafora dell’articolo che avevo scritto al termine della Prima Assemblea Sinodale, e stavolta l’elefante si è dimenticato di danzare: forse si è guardato allo specchio e si è visto con tutta la sua stazza e ha avuto paura!
Cosa è successo
Cosa sia successo la scorsa settimana nella Seconda Assemblea del Cammino Sinodale lo si può leggere nei resoconti che sul web si trovano; a dire il vero, il web in generale ha dimenticato abbastanza in fretta quanto è avvenuto, a dire che forse la Chiesa è ormai relegata in un posto molto limitato della informazione. Appena finita l’Assemblea i maggiori giornali online in Italia hanno sparato un titolone, falso, che parlava di spaccatura nella Chiesa su temi come i gay, le donne, ma poi la povera Federica Brignone è caduta facendo a pezzi il ginocchio ma soprattutto i sogni di olimpiade e la Chiesa con la sua Assemblea ha perso visibilità! Per i giornali contiamo meno di una sciatrice!
L’elefante allo specchio
Dunque, l’elefante si è per un momento specchiato ed ha avuto paura. Perché si è specchiato? Perché stiamo giungendo alla fine del cammino sinodale, o almeno della fase che deve portare la Chiesa a prendere decisioni conseguenti al cammino, ed è il momento in cui si decide se rischiare la danza rendendola sempre più armoniosa, dolce, comprensiva di ogni persona, oppure se far prevalere la staticità rappresentata appunto dalla Chiesa-elefante. L’ingresso nella Seconda Assemblea è stato un salto nel passato, in una formulazione di proposizioni consegnate sabato 29 marzo a tutti i delegati in cui non si è ritrovato nulla o quasi della freschezza dei racconti ascoltati per due anni in tutte le diocesi italiane (a proposito, nel primo articolo avevo scritto di 5.000 ascolti sinodali, sembravano già tanti, ma in realtà gli ascolti attivati dalle Chiesa sono stati 50.000! e chissà quanti altri non contati…), ma nemmeno dei lavori della Prima Assemblea e delle conseguenti relazioni delle diocesi italiane, chiamate a reagire alle schede proposte dal lavoro assembleare.
Ma ai quasi 900 delegati la Chiesa non poteva apparire così timida, imprecisa, sommaria, fredda come la si leggeva dalle proposizioni, l’elefante aveva fatto vedere un’altra immagine. I delegati avevano visto tante persone desiderose di novità e avevano vissuto esperienze comunitarie in cui si è respirato lungo tutta la penisola un desiderio di cambiamento radicale.
Il testo non ci rappresenta!
L’elefante voleva rimanere tale, ovvero un certo apparato ecclesiastico non era disposto ad abbandonare la sua immagine (e purtroppo anche stavolta le celebrazioni eucaristiche non hanno rotto la separazione preti-laici, ben schierati in settori differenti), ma il corpo dell’elefante ha reagito: “Noi non siamo la Chiesa che emerge dalle proposizioni!”.
Così, martedì mattina in un momento assembleare dedicato a interventi liberi (da prenotare con una apposita app), 53 delegati hanno fatto sentire la loro voce e 51 hanno detto: “Il testo non ci rappresenta!”. Tra questi ci sono state tutte le espressioni della Chiesa: preti e laici, uomini e donne, presidenti di associazioni, rappresentanti di minoranze, vescovi e teologhe, insomma, la Chiesa non si è spaccata, ma all’unanimità ha chiesto di fare una scelta diversa da quella prospettata. Se guardo la composizione dei delegati che sono intervenuti mi viene una battuta ironica: nemmeno l’app ha bloccato il desiderio di cambiamento, lo Spirito ha trovato le sue strade anche nella tecnologia!
Iniziare processi
È successo qualcosa di nuovo, strettamente connesso alla dimensione processuale del Sinodo, ovvero a ciò che Papa Francesco ha sempre richiesto alla Chiesa: iniziare processi e non guardare ai risultati. Avviare un processo, come è stato per il Sinodo, significa aprire una dinamica di relazione costante con la realtà, in cui la riflessione, la teologia in questo caso (possibilmente anche in dialogo con altri saperi…) non ha il compito di determinare asetticamente il cammino attraverso il già noto, ma di interpretare ciò che sta avvenendo, proponendo anche categorie e concetti nuovi. E poi, se la realtà chiede un cambio di prospettiva, sarà il diritto canonico a dover cambiare (non risulta che sia di origine divina, fino al 1917 la Chiesa non aveva un Codice universale…), non la realtà! Probabilmente c’è bisogno anche di dotarsi di un nuovo modo di proporre delle conclusioni al cammino, una forma comunicativa diversa da un pronunciamento, da un documento, perché non si perda la ricchezza e soprattutto la freschezza del racconto, dell’incontro, della condivisione. Tornerò alla fine su questo punto.
Quale conclusione?
Dunque, il processo sinodale chiede una fantasia non solo nella apertura e nella disponibilità ad incontrare tutti, ma anche nelle conclusioni: ricordo che il Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità non si è chiuso con un documento del Papa; Francesco ha detto che il magistero del Sinodo è il documento conclusivo del medesimo, non aggiunge altro. Anche questa scelta ha lasciato sconcertati molti, ma qui davvero siamo entrati in un’altra epoca: come al Concilio non c’è stata nessuna condanna (era la forma con cui fino ad allora i Sinodi si concludevano…. Anatema sit!), al Sinodo dei Vescovi si è ritenuto di non dover aggiungere altro alla dinamica assembleare che ha fatto crescere e maturare delle indicazioni (da attuare nei prossimi tre anni con indicazioni della Segreteria del Sinodo, anche questa una dinamica nuova, perché il processo sinodale va accompagnato).
Forse per la Chiesa italiana si aprono mesi di ulteriore ricerca di quale passo la dinamica sinodale richiede: sintetizzare troppo fa male, non rende ragione dei desideri suscitati, produce un identikit rivolto al passato e non al futuro. Come restituire la ricchezza dell’esperienza, dandole anche una forma prescrittiva, ma motivata da ciò che si è incontrato?
Ripartire dalla Parola
Nel mio piccolo un suggerimento lo avrei, già accennato nel mio ultimo post-it sulla Assemblea, mandato appena dopo la conclusione della messa finale. Abbiamo qualcuno che ha già pensato a scrivere un libro che intendeva permettere a tutti di vivere una relazione significativa, reale con il Signore, il libro è la Bibbia, l’autore lo conosciamo… gli uomini e Dio! È un testo che tiene insieme, nel racconto, l’esperienza e la Legge, non semplice perché l’una sembrerebbe focalizzare troppo l’attenzione sul particolare e l’altra sul generale. Infatti, ci vuole saggezza per bilanciare le due cose: nella Bibbia non esistono “i 10 comandamenti”, esiste una storia che comprende tutta la vicenda dell’esodo all’interno della quale ha senso la consegna della Legge, ciò che diventa “normativo” è tutta la vicenda della liberazione. Normativa è la Storia della Salvezza, è il dialogo continuo tra Dio e il suo popolo, con tanti imprevisti e fuoriuscite insperate da situazioni di crisi.
Nella Assemblea si è vissuto la dinamica di Salvezza che è toccata anche a San Paolo: nel capitolo 16 degli Atti degli Apostoli si racconta dei suoi tentativi di andare verso l’Asia Minore, sempre respinti, probabilmente da eventi naturali, o pericoli. Paolo non sembra vedere un’altra strada e si intestardisce nel volerci andare. Comprensibile, in Asia Minore c’è un vissuto religioso che conosce, alcune pratiche sono anche simili alla religiosità ebraica. Il terreno è noto, si cammina al sicuro. Se volge lo sguardo a nord, invece, c’è l’Europa, dove la vita quotidiana, le relazioni, la morale è invece di altro tipo: terreno in cui rischia di compromettersi, è pericoloso imbattersi nella cultura greca. Eppure è lì che deve andare, un Macedone lo chiama, la scommessa è la traduzione del Vangelo in una nuova cultura. Il racconto si fa Legge: nessuno è escluso dalla Buona Notizia, e anche Paolo troverà persone, uomini e donne, disponibili all’ascolto e pronti alla conversione. Ciò che ci attende è la scrittura di una nuova pagina della “Corsa del Vangelo” che gli Atti degli Apostoli inaugurano.
Che la Chiesa italiana abbia il coraggio di abbandonare paure, certezze, false sicurezze e, tutta insieme, attraversi ancora una volta il mare.






