Per una spiritualità laicale
Chiudendo il suo memorabile intervento Danzare la vita don Luigi Serenthà si chiedeva che cosa Gesù avesse tenuto nascosto presso di sé come segreto intimo e incomunicabile. Non certo lo sdegno, come nel caso dei mercanti nel tempio, tanto meno il pianto sulla città di Gerusalemme o per il dolore della morte. Nessuno di questi aspetti della sua vita sono, dunque, rimasti segreti. Piuttosto, don Luigi dichiara di aver immaginato che questo segreto fosse la sua gioia. «Questa – diceva – è la croce di Cristo: la possibilità di gioire in tutti gli uomini, in tutti i tempi, davanti a qualsiasi circostanza». Sono parole commoventi e immaginarle fluire dalla sua stessa voce e dai suoi gesti, sempre coinvolgenti e appassionati, fa bene al cuore.
Non ho nessuna pretesa di riscrivere per l’oggi una spiritualità laicale. Ci vorrebbe più tempo e molte forze, anche se, evidentemente, lo meriterebbe in questa stagione in cerca di orientamento. Raccogliendo, tuttavia, la suggestione di don Luigi, impareggiabile maestro – a quell’epoca ero in terza liceo a Venegono e ricordo bene la sua condivisione dei preparativi per Danzare la vita, lungo i portici del Seminario – vorrei evidenziare solo il possibile, forse, l’unico insuperabile inizio di questa spiritualità, che è propria del cristiano in quanto tale. Tale esperienza originaria non può essere significata se non tramite un racconto.
Il Cristo che ride
Nel castello di Xavier, dove è nato il 7 di aprile del 1506 Francesco Saverio, c’è una piccola cappella con un grande Crocifisso ligneo, davanti al quale la madre, Maria de Azpilcueta, appartenente ad una delle più antiche famiglie nobili di Navarra, chiamava i suoi cinque figli per la preghiera della sera. Il tratto sorprendente di questo Crocifisso, opera di un autore anonimo del XVI sec., è il sorriso. Tuttavia questo sorriso dipende dalla prospettiva dentro la quale lo si guarda. Se visto dal basso verso l’alto, come nell’intento dello scultore, sorride a chi lo ammira. Simbolicamente esso sta ad indicare che la passione non è la sconfitta, ma la vittoria definitiva sulla morte. Il Crocifisso si mostra con sguardo benevolo verso tutti gli umili che gli si affidano. È il Signore dei poveri, degli sfortunati, di coloro che, legati dalle mille ferite della vita, si aggrappano alla base del legno come ad una tavola di salvezza. Per chi lo vede dall’alto, invece, mantiene il tratto svilente della passione. I due aspetti non si possono scindere. Piuttosto sono uniti a rappresentare un unico mistero, quello del dono che ama sino alla fine, del seme che muore per portare molto frutto e della vita che vince sulla morte. Detto con le parole di don Luigi, si tratta della manifestazione della gioia intima di Gesù. È il senso profondo de il Cristo che ride.
L’inizio di ogni spiritualità cristiana
Ma, insieme l’aspetto affascinante è l’invito al dialogo. Il sorriso ne è, come in ogni relazione, l’inizio promettente. Dice non solo l’apertura di un possibile dialogo, ma il fatto che in quell’evento – la croce – è avvenuto qualcosa di straordinario che sfugge al modo consueto di interpretarlo e che si annuncia al modo di una gioia che attrae, di un sorriso di cui meravigliarsi. Ma come è possibile entrare in rapporto con Lui e come si può rimanervi? Sta qui l’inizio di ogni spiritualità cristiana.
Sembrerebbe oggi che il sorgere di un legame stabile, più che con l’affermazione della propria libertà coincida con la sua fine. Per questo motivo riprendersi la libertà significa spesso annullare il legame che si è prodotto, allontanarsi da ogni durata che diventa come una prigione soffocante. L’invito appare dentro molte sollecitazioni oggi in voga e anche legittime, per la verità: mettere sempre in discussione se stessi, cercare sempre mondi inesplorati, la novità e l’intensità; al peggio, seguire la logica del consumo che manifesta sempre l’insoddisfazione del bisogno, riaccendendo la fame del desiderio. Ci si concentra più sulla mancanza che sulla scelta, che, per questo, deve continuamente rinnovarsi in una corsa senza fine, mai appagante nè mai appagata.
«L’affezione vive della libertà, e la libertà vive di affezione»
Nondimeno il Crocifisso che ride, per chi vuole accoglierlo, rimanda ad un’altra esperienza. Chi varca la porta della cappella per entrare in preghiera con Lui è accolto da un sorriso. Non è una banalità o una pura licenza artistica che ha trovato un modo bizzarro per rappresentare il Crocifisso. Esprime, invece, in modo originale il darsi di Dio e di rispondere ad esso da parte dell’uomo. Il dono è nella disponibilità ad una affezione e la risposta consiste nel legarsi ad essa. «L’affezione vive della libertà, e la libertà vive di affezione», scrive un noto teologo amico di don Luigi. Il dono sorridente di Dio inaugura un rapporto che non ha più fine. La libertà non si compie nel rifiuto dei legami, per trattenersi la virtualità del possibile, ma nel permanere di essi, fino alla vita eterna.
Così è stato per Francesco Saverio. Il sorriso di Dio che lo ha accolto da bambino è stato l’inizio di un legame che è durato nel tempo. Il 3 dicembre del 1552, in una capanna di fortuna allestita all’ultimo sull’isola di Sancian, di fronte a Canton, Francesco Saverio muore, sostanzialmente solo. Sembra un fallimento. Il suo desiderio bruciante era quello di arrivare in Cina. La vide soltanto dall’isola che le stava di fronte. Voleva portare anche su quella terra inesplorata il fascino del Cristo che ride. Non posso che immaginarmi così il suo sguardo. Quel legame accolto da bambino nella cappella di casa, di fronte al Crocifisso che ride, non si è mai più estinto.
Certo, lo so, non basta fermarsi qui. Bisognerebbe ora aprire il discorso e chiedersi: ma come accade questo inizio e come si rimane in questo rapporto? Ciascuno proverà a rispondere per sé e magari proveremo insieme a dare una risposta per disegnare la spiritualità del nostro tempo. Ma l’insuperabile avvio di essa è in quel sorriso. È la gioia che ha intuito don Luigi e che ci ha proposto nel suo danzare la vita.
______________________________






