La Proposta pastorale 2025-2026 – Tra voi, però, non sia così – intende promuovere in diocesi la ricezione degli esiti del cammino sinodale compiuto in questi anni a livello di Chiesa universale e di Chiese in Italia: quest’ultimo percorso arriverà a compimento nel prossimo autunno. Scrive l’Arcivescovo: “È tempo ora di portare il Sinodo in casa, come una docilità allo Spirito, come un principio di riforma dell’essere Chiesa per essere missione, come stile, come procedure” (Tra voi, però, non sia così, p. 15).
Evidente, ma non necessariamente realizzato, è l’obiettivo: essere Chiesa che esprime la sua natura missionaria. La lettera segnala anzi come il tema della missione sia spesso imbarazzante per le comunità cristiane; la sua riduzione a luogo comune “l’anestetico che spegne l’inquietudine e l’interrogativo della missione”. La prova è che “l’annuncio della risurrezione di Gesù, fondamento della nostra fede, rischia di essere offerto come un assioma un po’ improbabile, come un ‘amen’ convenzionale. Perciò – a quanto sembra – non suscita entusiasmo, non irradia gioia, non offre ragioni per la speranza” (pp. 22-23). È allora necessario anzitutto porci in quell’atteggiamento di conversione a cui lo Spirito chiama e che anche il Documento Finale del Sinodo dei Vescovi individua come cifra fondamentale del cammino che abbiamo di fronte, sollecitando nei capitoli centrali alla conversione delle relazioni, dei processi e dei legami.
Tre elementi possono indicare i passaggi fondamentali per questo percorso.
Originalità
È il termine che introduce la proposta pastorale e segnala come l’essere cristiani si renda evidente nell’esprimere un’originalità irrinunciabile rispetto al contesto socioculturale. I cristiani, infatti, sono come gli altri, ma anche assolutamente originali perché scelgono di porsi nella realtà con lo stile di Gesù.
Hanno relazioni più o meno positive, ma fanno del perdono la chiave per superare distanze, opposizioni e difficoltà. Pur avendo ovviamente legami specifici – familiari e sociali – si riconoscono però fratelli di ogni uomo e donna, anche tanto diversi ed estranei. Si sentono responsabili di essere “segno e strumento” (LG 1) del Regno di Dio, verso cui tutti siamo incamminati, e dell’annuncio del Vangelo, “ma non presumono di averlo compreso fino in fondo e scoprono nella differenza dell’altro che incontrano una parola che fa comprendere quel Vangelo più in profondità”.
Vivono l’organizzazione, la creazione di iniziative e la distribuzione dei ruoli, non come espressione di efficienza, ma come strumento perché le persone possano incontrare Gesù. “Hanno, come tutti, poteri e compiti, autorità e obbedienze, ma sono originali. Interpretano il potere e l’autorità come servizio”, secondo la parola di Gesù, “per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,42-45). Infine, amano la Chiesa, anche se riconoscono le lentezze dell’istituzione e il peso delle strutture. Perché sanno contemplare “con commozione i segni del Regno di Dio che la Chiesa rende evidenti” (pp. 6-7).
Fondamento
Il fondamento di tale originalità è certamente la docilità all’azione dello Spirito, che, a partire dal Battesimo, genera ed edifica continuamente il Popolo di Dio attraverso l’annuncio della Parola, la vita sacramentale, i diversi ministeri e carismi, gli organismi di partecipazione (ad esempio i diversi Consigli o le Assemblee sinodali decanali).
La parte centrale della proposta è perciò un invito a verificare la nostra docilità a tale azione che chiama a trovare le forme per la missione adeguate all’oggi: “Occorrono energie e risorse per dare corpo a forme inedite di annuncio del Vangelo in questo nostro cambiamento d’epoca” e per accompagnare a una celebrazione eucaristica non ridotta a “un dovere un po’ noioso” – peraltro frequentemente disatteso –, ma vissuta come momento centrale dell’esperienza cristiana, in cui è donato il pane del cammino senza il quale non è possibile camminare (pp. 26 e 34). Insieme, e di conseguenza, deve trasformarsi il modo di essere comunità cristiana: “Il cambiamento d’epoca cambia anche la comunità cristiana e la sua presenza nella storia, perché il territorio non è un fossile, ma un fluido e la vita della gente assomiglia di più a un migrare che a un abitare” (p. 37).
Concretezza
Già da queste poche annotazioni emerge come l’Arcivescovo desideri che la sinodalità non sia ridotta a un discorso, ma si traduca in una vita concreta caratterizzata da stili e scelte che arrivano a toccare le strutture e le procedure.
A questa concretizzazione è dedicata la seconda parte della lettera che si concentra in particolare sul modo dell’esercizio dell’autorità e del procedere sinodale nella conduzione del cammino delle comunità e nel discernimento dei passi per la missione. Tutti sono invitati a cambiare: i preti, nel modo di vivere il loro ministero dentro un presbiterio e con il contributo imprescindibile di tutti i fratelli e sorelle della comunità; i laici, crescendo nella propria responsabilità missionaria e nella corresponsabilità ecclesiale, uscendo dal frequente atteggiamento della delega al prete.
L’anno che si apre si prospetta dunque intenso e impegnativo. Lo Spirito ci mostri il fascino della nuova visione di Chiesa che va ispirando e ci doni di saperci mettere in gioco anzitutto per formarci in questa direzione e per cercare insieme le vie di trasformazione per camminare come lui desidera.
Susanna Poggioni, Referente Equipe Sinodale diocesana






