Ci sono tre regali che mi sono portata a casa dal convegno “Per un cristianesimo della gioia. Prospettive di spiritualità laicale 40 anni dopo Danzare la vita”.
Continuiamo a Danzare la vita pregando, pensando e appassionandoci
Innanzitutto, la scoperta che il messaggio, forte, innovativo, generativo, racchiuso nel discorso di 40 anni fa di don Luigi Serenthà ai giovani di Azione cattolica ha ancora molto da dire e continua a risuonare potente. Certo, il tempo ci ha portati a cambiare linguaggi, passo e forse anche musica. Ma la danza allora suggerita, da rivestire come una pratica spirituale e come un modo di vivere le relazioni, gli impegni e le scelte di vita, non ha smesso di trasmettere passione.
Quando l’Azione cattolica ci sollecita oggi a pregare, pensare, appassionarsi, per appassionare molti altri fratelli e sorelle alla bellezza della vita cristiana, guardando e vivendo nel mondo da autentici discepoli di Gesù, ci sta dicendo di continuare a “danzare la vita”. E – come ci ha suggerito nel suo intervento don Claudio Stercal – «la danza è espressione gioiosa dell’amore. Amore è la sintesi di tutti i contenuti della danza: libertà, movimento, relazioni, bellezza, gioia».
Gesù avrà danzato? si è chiesto don Claudio.
Certamente ha messo la gioia al primo posto nel suo messaggio: «vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». Dunque, «Gesù è modello della laicità perché è maestro nell’eliminare pregiudizi, ostacoli, per un incontro autentico di amore, gioia, danza».
Perché la danza continui, ci ha giustamente suggerito Marianna Platé, è necessario che riconosciamo che cosa ci impedisce di “sciogliere le mani”, quali catene ci imprigionano. E di paure, titubanze, fragilità, e un po’ anche pigrizia, sono disseminate le nostre relazioni (con gli altri, certo, ma anche con la vita stessa). Dunque, se la danza deve esprimersi in tutta la sua potenza dobbiamo uscire dai nostri confini rassicuranti e osare nuovi passi, nuovi movimenti, nuovi incontri.
Di “rottura” necessaria di un “fondale a due dimensioni” ci ha parlato anche Marianna Marcolini. Dal racconto di un percorso esistenziale dai tratti mistici viene l’appello a scoprire un infinito, un “mistero” che appartiene alla nostra vita e ci apre a un’«etica della non paura».
Messaggi, dunque, forti, incoraggianti, potenzialmente generativi, che l’Ac di questi giorni, di adulti e giovani, non deve far altro che raccogliere con coraggio per proseguire la danza e contagiare tanti a fare altrettanto.
La bellezza degli incontri
Il secondo regalo che ho portato a casa è la bellezza degli incontri, dei volti ritrovati e riconosciuti, di tante amiche e amici – alcuni mai persi sul cammino, altri solo rimasti un po’ in disparte – che non hanno smesso di rappresentare un motore appassionato di amore alla Chiesa, ai propri territori, nella quotidianità di professioni e affetti. Ritrovare tutti costoro al convegno diocesano è stato come rilanciare la danza e ricordarci quanto siamo debitori del nutrimento che l’Ac ha seminato nelle nostre storie e quanto questa appartenenza ancora può significare.
Giovani e adulti allo stesso tavolo
E il terzo regalo, sempre sorprendente, è stato trovare allo stesso tavolo, animati dalla stessa musica, giovani e adulti dell’associazione. Una ricchezza inaudita, tipica dell’Ac, che schiude la possibilità e l’urgenza che ci si parli, ci si confronti, si impari gli uni dagli altri a fidarsi delle intuizioni, si accolgano linguaggi nuovi e ci si apra a modalità creative e innovative di pensare e fare la Chiesa. Senza timori, fidando nella forza dello Spirito e nella bellezza di danze che ci muovono gioiosi verso territori inediti ma sempre appassionanti.
Maria Teresa Antognazza
__________________________________________________________________________________________________
Quali sono i regali che ti ha riservato l’evento del 15 novembre? Raccontaceli con una mail a comunicazione@azionecattolicamilano.it






