Più passa il tempo e più è difficile prendere la parola. Non solo perché tutti, a diverso titolo, la prendono, ma, soprattutto perché ci si accorge di essere di fronte a qualcosa di grande che non si può esaurire, per giunta con il rischio di essere sciupato. Quando muore un padre, accade di sperimentare proprio questo. Ci si accorge che non bastano le parole: o sono troppe e inutili o sono troppo poco per descrivere chi è stato. Così è per Papa Francesco.
Tre pensieri, però, possono farsi largo, in estrema umiltà.
Il primo riguarda le immagini.
Si tratta di raccogliere l’ultima immagine di un Papa iconico. La storia del suo pontificato ne ha raccolte molte, dall’avvio a Lampedusa, in un fuori programma inedito, all’indimenticabile preghiera nella piazza San Pietro deserta, nel tempo del Covid, all’apertura della Porta Santa, nello scorso Natale. Ma quella di ieri è l’ultima immagine che è giusto raccogliere. Sembrerebbe che dopo il ritorno dall’ospedale, Papa Francesco abbia centellinato le sue forze per fare gli ultimi saluti e dire quanto gli è sempre stato a cuore: la visita orante a Santa Maria Maggiore, nel saluto alla Vergine, cui era devoto; l’incontro con i detenuti del Regina Coeli, ai quali avrebbe voluto lavare i piedi come suo solito; infine, la benedizione dalla Loggia di San Pietro e il saluto lungo la piazza, distribuendo caramelle ai bambini come un nonno amabile. Da quella Piazza aveva iniziato, dichiarando di essere stato preso «dai confini del mondo», e lì ha idealmente concluso. Quel popolo al quale aveva chiesto la benedizione in modo irrituale, all’inizio del suo pontificato, è il popolo che ha voluto salutare, benedire e dal quale essere a sua volta benedetto per l’ultima volta, per l’ultimo definitivo viaggio della sua vita. È un legame che non si potrà dimenticare.
Il secondo pensiero riguarda le grandi parole del suo pontificato.
Ci saranno tempi e competenze più grandi per leggere un’eredità. Ma, intanto, proprio come accade quando muore un padre, affiorano alla mente le grandi parole che ci ha regalato nel suo magistero.
La prima è cambiamento.
Sembrava una battuta ben riuscita, al Convegno della Chiesa italiana di Firenze nel 2015: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere». Le vicende del mondo e della Chiesa di questi anni gli hanno dato solo ragione. Lui lo aveva percepito, al modo dei grandi, dei profeti, capaci di leggere il tempo alla luce di Dio. Lo aveva compreso, ma non ne aveva paura. «Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli» e questo per un’unica ragione profondissima: «il Signore è attivo e all’opera nel mondo». Il cambiamento è il tempo del giudizio in cui tutto è messo alla prova, ma insieme in cui tutto può ritrovare la sua profondità e vitalità. Il cambiamento non è per nulla finito. Dovremmo continuare ad abitarlo, a comprenderlo, a riconoscerlo, ma non come un problema. Piuttosto come un’opportunità, un kairos. «Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento: è un passo avanti. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa». Ma di qui ritrovava anche la chiave per la ripresa: «Il comportamento giusto invece è quello dello “scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli”, il quale “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52)» (Discorso per gli auguri natalizi alla Curia romana, dicembre 2020).
La seconda parola è processo.
È il modo di abitare il cambiamento. Lui lo aveva imparato da sant’Ignazio di Loyola, nell’accompagnare gli Esercizi. Processo è il modo di abitare un viaggio senza anticipare la conclusione. È qualcosa la cui novità non si scopre prima, al modo di una conclusione già scritta, ma dentro l’avventura del viaggio stesso. Il processo, come negli Esercizi spirituali, assomiglia a uno spazio offerto, a un giardino piantato per un ospite venuto da altrove che, a suo tempo, fiorisce e genera frutti imprevisti.
La terza parola è misericordia.
È il modo di Dio di far sorgere il processo e di accompagnarlo, portando novità imprevedibili. È quello che leggiamo compiuto nei Vangeli per tutta una folla di uomini e donne che in questo processo della misericordia sono entrati, sperimentando una novità inimmaginabile di Dio, di sé e del mondo. Dovremmo qui, ancora e sempre raccontare della Cananea, della Samaritana, di Zaccheo o dello stesso amico Lazzaro.
La quarta parola è fraternità.
Non un modo conciliante di ritrovarsi, ma la ricerca di una identità profonda che lega tutti insieme gli uomini di ogni stirpe, razza, cultura e religione. È un fondamento più grande di ogni cosa che trova la sua radice in Gesù, dove Dio si manifesta come nostro fratello. «Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme. Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (Fratelli tutti, 8).
Il terzo pensiero è a questo giorno così particolare del suo ritorno al grembo di Dio, il Lunedì dell’Angelo.
La Liturgia vede tutta questa settimana come un unico giorno, il giorno di Pasqua, giorno che ha bisogno di tempo per essere compreso e abitato, ma insieme giorno e ultimo definitivo di Dio. Come nel suo ultimo messaggio «urbi et orbi» di Pasqua: «Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità risorga!».
Grazie, Papa Francesco, per i buoni semi di Vangelo sparsi nel campo della Chiesa e del mondo. Fioriranno se incominceremo a prendercene cura. Come qualcuno scriveva, davvero siamo appena al principio.
Don Cristiano Passoni






