Quando il 7 novembre 2021 ho compiuto (finito) il mio ottantacinquesimo anno (una volta si sarebbe detto: “Millenovecentotrentasei, classe di ferro!”) mi sono chiesta: “E adesso? Devo archiviare qualcosa?”.
Ottantacinque anni sono una bella età; per di più, nel mio caso, ringrazio ogni momento il Signore (e aggiungo, con un po’ di “drammaticità”: bacio in terra!) perché ancora godo di una discreta salute fisica e mentale. La pandemia ci ha messo del suo “costringendomi” a una vita solitaria. Perché non posso nemmeno avere la compagnia di amici più giovani (“Dei cinquantini” farebbe dire Camilleri al suo commissario Montalbano) che mi vogliono bene. Ma Albi e Lella (nomi di fantasia) abitano in Brianza…
L’Azione cattolica, luogo di impegno
Ancora una volta, alla fine di un anno di vita, dopo anni e annorum di appartenenza all’Azione cattolica diocesana (avevo cominciato però già da adulta… ai tempi della mitica Maria Dutto, prima donna presidente diocesana di Ac in Italia, dove per tradizione presidente diocesano doveva essere un uomo), mi sono chiesta se valesse la pena di rinnovare l’adesione ufficiale, con il pagamento della famosa “quota”.
C’ho pensato… e mi sono anche meravigliata del fatto che l’interrogativo sia sorto in me. Ma sicuro, anche quest’anno si rinnova! Sono una “adultissima”, ma come la Dutto, non mollo per niente l’appartenenza. L’Ac non è soltanto un’aggregazione di laici, sia pure nobile e titolata, con una lunga storia. L’Ac è qualcosa di più e di diverso, almeno per me.
È vero, però, che non per tutti può essere il felice approdo dopo una lunga storia di ricerche come lo fu per me una marea di anni fa: ci arrivai da “appena convertita”, da distante divenuta vicina, da ricercatrice di un posto nella vita che minacciava di essere, con il trascorrere degli anni, soltanto una fila grigia e banale di giorni. Anzi, spero che per tutti i soci, sia invece una scelta felice di appartenenza alla società civile e alla Chiesa; una sorta di sottolineatura del proprio battesimo.
Gli alti e bassi di una realtà
Quando arrivai in Ac questa era in reale difficoltà. Maria Dutto (responsabile insieme con l’ing. Giorgio Soldadino del settore adulti), l’allora presidente diocesano, Livio Zandrini e tutti gli altri responsabili componenti il Consiglio diocesano (assistenti spirituali compresi), giravano sistematicamente la diocesi dove sembrava che tutti, laici e presbiteri, avessero preso un “cotta” tremenda per un’aggregazione, sempre laicale e giovanile, che allora si presentava come combattiva difensora della cattolicità, con una passionalità e una intraprendenza che ormai l’Ac aveva abbandonato. Parlo ovviamente di Comunione e liberazione, ai suoi esordi felici.
Ero capitata in Ac, direttamente con responsabilità in centro diocesano, senza trafile parrocchiali precedenti; facevo una fatica tremenda ad adeguarmi al “dizionario del perfetto responsabile”. Spiritualità laicale, diocesanità, perfino responsabilità: non erano parte integrante del mio lessico. Dovetti cercare di conoscere e capire. Soprattutto Maria Dutto, con la quale lavoravo a stretto contatto (avremmo poi fondato insieme il Gruppo Promozione Donna per un “femminismo di sapore cristiano”) mi guidò alla conoscenza con un’amicizia intensa, delicata, mai invadente.
Giorno dopo giorno, serate dopo serate passate in Presidenza, cominciai a capire qualcosa. Non molto, peraltro, ma quel che bastava per non dire sciocchezze troppo grandi. Gli amici, anche quelli dei gruppi parrocchiali di Ac, che a mano a mano dopo la novità provocata da Cl andavano ricostruendosi, diventavano famigliari. Allora era ancora viva (e assolutamente vivace) mia mamma, che – da brava laica, onesta e convinta – non comprendeva come mai passassi le ore libere dal lavoro in via Sant’Antonio 5. Le avevo presentato Maria Dutto (che anche lei amò subito) e questo le dava un po’ di sicurezza. Ma per il resto, la Delfina – mia mamma – non capiva…
L’Ac, forse soprattutto dopo l’avvento del cardinale Carlo Maria Martini quale arcivescovo diocesano, riprendeva spazio e un certo vigore. Dopo i “bassi”, ritornano quasi sempre gli “alti”.

Alti e bassi in una semplice esistenza
Anche la mia vita era nel frattempo cambiata sostanzialmente: da bancaria ero diventata (quasi per caso) giornalista, in seguito capo redattrice del settimanale femminile “Alba” (“Unico settimanale femminile cattolico” come si definiva). Periodico da una parte, Ac dall’altra, la mia quotidianità era sempre più ecclesialmente segnata. Avevo trovato una patria.
Ora, dopo tanti anni di rinnovo della tessera, con immutato senso di appartenenza mai scevro anche da critiche, desidero rinnovare ancora la tessera per tutto il tempo di vita che il Signore ancora mi concederà.
La mia è stata e sarà un’appartenenza mai esente da critiche, discussioni (quando trovo chi ci sta). E sento ancora vivacemente la responsabilità che un’appartenenza dà: quello che è ciò cui appartieni è anche opera tua; l’Ac per me non si archivia; da lei non si va in pensione! E così sia.
Marisa Sfondrini






