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Eco pedagogico#3: far avvenire

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Come ricominciare? Cosa ricostruire? Da dove ripartire?

Interrogativi educativi (e non solo) che oggi faticano a trovare una risposta concreta perché pervasi dallo stato di incertezza e inquietudine suscitato in ciascuno di noi, in questo particolare periodo storico. Un certo scoraggiamento invade la nostra visione sul futuro, l’annebbia spingendoci ad indugiare, ad aspettare che altri prendano parola, si propongano. La tentazione è quella di restare seduti, in attesa che tempi migliori arrivino, senza però metterci mano, prendevi parte.

Il professor Lizzola durante le giornate teologiche ha invocato una coppia di verbi che ci spronano invece a rimetterci subito al passo e a riattivare il pensiero: “dovremmo essere capaci di tanti nuovi inizi,  fare avvenire, presidiare possibilità e attenzioni per tenere aperto il tempo tra noi, nelle nostre comunità, nei nostri quartieri e nei nostri servizi”.

Fare, il verbo che ci riporta all’azione, al mettere le mani in pasta, un darsi da fare appunto, e che interpella un noi, dei legami, una rete.

Avvenire, spesso viene usato come sostantivo di futuro, l’avvenire, in questo caso invece diventa la modalità con cui il fare si pone in ascolto di quel che ha intorno; “un’attenzione progressiva al fare educativo” che pro-getta, porta in avanti, apre a nuovi spazi e possibilità attraverso ciò che è dato e partire da quel che le si presenta.

Esiste un qui ed ora che attende di essere accolto, valorizzato e impiegato affinché sia davvero generativo. Il futuro che ci attende sarà migliore solo se lo facciamo avvenire, insieme.

Beatrice Di Filippo

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