La pandemia ha lasciato aperte delle ferite e delle domande pressanti. Molti che hanno subito delle perdite importanti si porteranno dentro per anni la domanda del “perché”. Ci chiediamo allora come potremo accompagnare queste persone in una domanda così dura, che certe volte rischia addirittura di diventare come un “verme roditore” nelle coscienze degli uomini? Come possiamo portare loro speranza quando noi per primi fatichiamo in questo?
Il Professor Lizzola (ndr. durante le “Giornate teologiche” di gennaio) ci ha aiutato capire che è proprio nel prenderci cura che ci si apre una grande verità. Il “perché” si rivela piano piano in ciò che in noi è rimasto, è cresciuto e si è rigenerato. A poco a poco si fa chiaro in noi da dove veniamo, che cosa ci resta dentro di prezioso e che cosa continua a portare vita nei nostri giorni.
Questo è sorprendente perché, anche se non riusciamo a cogliere fino in fondo questi significati, riusciamo però ad essere segno di speranza per gli altri. Capiamo così che questo dono che facciamo non è nostro, ma di un altro. Sono questi altri che ci guardano e ci chiedono di sperare e che noi a nostra volta ri-guardiamo (ne abbiamo riguardo, cura). E’ questa cura che permette loro di avere speranza e, in qualche modo, di riconsegnarla a noi.
– Francesca Arcolini, Gruppo Pedagogico
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